Kafka e la bambola viaggiatrice – Jordi Sierra i Fabra

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Cosa succede quando uno scrittore – alla ricerca di nuova ispirazione – incontra per caso una bambina alla disperata ricerca della sua bambola? Cosa accade nel momento in cui egli, durante una passeggiata al parco, sceglie di fermarsi davanti alla piccola in lacrime per chiederle il motivo del suo pianto? E se egli affermasse di essere un “postino delle bambole” e di avere una lettera importantissima da leggerle?

Perché è questo che accade, durante un pomeriggio soleggiato, al parco Steglitz di Berlino.

Si tratta di un incontro che ha in sé qualcosa di magico, di inatteso e imprevedibile, ma, allo stesso tempo, di incredibilmente giusto, addirittura necessario. Non è un caso che Franz Kafka – perché è proprio dell’autore del Castello e della Metamorfosi che si tratta –, incapace di trovare quel quid necessario a continuare un manoscritto che percepisce come sterile, addirittura vuoto, ma che Dora, la sua fidanzata, lo sprona a continuare, incontri la piccola Elsi, disperata a causa della perdita improvvisa di Brigida, la sua bambola, fedele compagna di numerose avventure. Non è un caso che le si fermi davanti e, per consolarla, si inventi una storia assurda e meravigliosa al tempo stesso, raccontandole che Brigida è partita, ma che non si è dimenticata di lei, e, anzi!, le ha già inviato una lettera. Non è un caso che Elsi creda al “postino delle bambole” a tal punto da continuare a chiedergli notizie di Brigida, forte di quell’ingenuità e di quella fiducia che le permettono di accogliere come veritiero un racconto inverosimile, ma che riesce a portare al suo piccolo cuore sollievo e speranza. Non è un caso che Kafka, inizialmente incalzato dalla sua giovane amica, si trovi a scrivere con sempre maggior trasporto le lettere, quasi come se  percepisse questa attività come una necessità impellente, doverosa.

Perché scrivere una lettera a una bambina da parte della sua bambola si dimostra essere l’impresa più complessa nella quale si sia mai imbattuto. Deve soppesare accuratamente le parole, scegliere il giusto tono, utilizzare un linguaggio appropriato…

E proprio quando crede di avere assolto al suo compito in maniera adeguata e soddisfacente, ecco che si imbatte nella tenacia di Elsi, alla quale non basta una semplice lettera per accettare la partenza della sua amica. Ma scrivere una seconda lettera comporta un impegno non indifferente:

“Una lettera era quasi un’avventura. Un’altra lettera segnava un cammino, e addentrarsi in quel sentiero significava rischiare di trovarsi in pericolo.

La seconda lettera era un ponte.

Quante lettere ci sarebbero volute per rendere felice Elsi?

E quante perché Brigida riuscisse a liberarsi?

Se non l’avesse scritta, non sarebbe mai potuto tornare al parco Steglitz. Come avrebbe potuto incontrare Elsi qualche giorno o settimana dopo, e dare l’indifferente, o nascondersi dietro una dolorosa bugia? Sarebbe stato incapace di affrontare la sua nuova amica con la calma e la serenità necessarie. L’avrebbe delusa.

Ma se l’avesse scritta sarebbe sprofondato nelle sabbie mobili, che l’avrebbero inghiottito molto lentamente.”

Kafka si trova davanti a un bivio, dimostra dubbi, tentennamenti. E’ una situazione, questa, che esula dalla normalità. Comprende che la sua è una missione delicatissima, in cui ha il compito fondamentale di accompagnare, con dolcezza e delicatezza, Elsi fuori dal dolore per la perdita della sua amata Brigida, quasi come se si trattasse di elaborare un lutto e aiutare a superarlo.

Ma ciò che fa davvero è aiutare sé stesso. Si costringe a guardarsi dentro, a interrogarsi, a cercare di capire cosa davvero stia provando e quale importanza dare ai propri sentimenti. Le lettere di Brigida diventano, in tal modo, quasi una catarsi, un modo per mettersi a nudo completamente in maniera autentica, sincera, senza filtri. Trova, finalmente, il coraggio di mostrare ciò che è davvero, senza paura delle conseguenze perché sa che Elsi – priva di pregiudizi grazie all’innocenza propria della sua giovane età – non lo giudicherà, ma lo vedrà sempre come colui che ha avuto la bontà e la gentilezza di fermarsi a raccogliere e asciugare le lacrime di una perfetta sconosciuta, donandole un sorriso quando questo sembrava completamente scomparso.

E quando Brigida, nella sua ultima lettera, lascia libera Elsi, ringraziandola per averle dato la possibilità di seguire i suoi sogni, in realtà è lo scrittore stesso che pone nelle mani della bambina il suo cuore e il suo più sincero e tenero ringraziamento.

“Non sarei mai riuscita a ottenere tutto questo senza il tuo affetto. Non sarei libera e felice se tu non mi avessi lasciata libera e felice. Ti porterò per sempre nel mio cuore.”

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