Io e te – un’altra storia d’amore

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Erano due settimane fa quando ti invitai a cena e arrivasti in ritardo. Ed inciampasti sul tappeto sull’uscio della porta – quasi come diceva Nietzsche: «Lui sparò a casa una parola, vuota, solo per spasso – e v’inciampò una donna» (Friedrich Nietzsche, “Le poesie”). Indossavi un vestito color crema. La tinta si espandeva in ogni angolo dell’abito con la stessa intensità, senza perdere alcun segno della sua bellezza. Le gambe sotto il ginocchio erano scoperte e impreparate al freddo di novembre. I capelli castano scuro evidenziavano il colore degli occhi: tenue e al contempo acceso; vivace e imprevisto. Il capotto nero aperto sul petto stringeva lo sguardo sulla linea del seno. Poi il colore sbiadito del rossetto guidò il mio pensiero altrove.

 

Ma se diventassi un ubriacone? Se accumulassi debiti su debiti e finissi per vivere in strada? Tu che faresti? Saresti Anna? Eppure, allo stesso modo, mi chiedo: «Come hai fatto, Anna, ad innamorarti di uomo così posseduto da altri demoni?» Forse hai applicato la formula che è alla fine de “Il Giocatore”: «Domani, domani tutto finirà!». Ma è finita davvero? Sì, è finita che tu, Anna, ti sei innamorata di lui nonostante tutto. Ascoltavi Dostoevskij in silenzio, col viso basso e lo sguardo fisso sul foglio bianco, mentre l’orecchio era teso e procace, pronto a cogliere ogni sentimento delle sue parole. Come fossero le foglie che cadono e attorno incombesse l’inverno, cupo e triste. Tu hai incredibilmente trovato una luce e l’hai condivisa. Ma come hai fatto a sopportare il peso di tutte quelle storie? “I Karamazov”, “Delitto e Castigo”, “Il giocatore”,”Le notti bianche”, “I demoni”… dove hai trovato il coraggio? Davvero solo l’amore può bastare per tutto questo?
Ti sei innamorata di un uomo di Dio. Le sue visioni erano la trasposizione delle sue idee e del suo stato d’animo. E questa era forse la sua forza: non puoi avere paura di Dio. Non è così Anna? Lo hai amato come Liza nel suo romanzo più bello: «Ma come dirvi ciò che vi voglio dire? Dicono che la carta non arrossisce, ma io vi giuro che è falso. Caro Alioscia io vi amo, vi amo fin da quando eravamo bambini» (Fëdor Dostoevskij, “I Fratelli Karamazov”).

 

-Sei bellissima- dissi quasi sottovoce. E dentro di me non avevo dubbi fosse così. La sua bellezza c’era, la potevo toccare a pochi centimetri. I brividi mi correvano lungo le braccia e i polpastrelli tremarono quando allungai la mano per sfiorarle il trucco debole e pacato sul viso. Sentii la sua piccola anima, racchiusa in un sogno. E immaginai di poterne scrivere un giorno.

 

«A chi non se non a te?» è la dedica più bella che esista. E la usava Hoderlin per la sua amata – Susette – anche se non ne scriveva il nome perché era sposata e con quattro figli. Ma l’amore non conosce barriere, se non le trova. Per lui non c’erano dubbi, la sua anima irriducibilmente romantica ne era certa: la poesia salverà l’uomo e il mondo. Come la bellezza, ne “L’Idiota” di Dostoevskij. Ma il vostro segreto è più semplice di tutti gli altri: vi incontravate nei sogni. Come si dice in quel libro: «Poi mi addormentavo, sognavo di incontrarti in qualche compagnia, in una passeggiata, ti vedevo salire la scala, disinvolto, come un tempo e ti aprivo la porta, eravamo insieme, senza nessuna ansia, con un cuore leggero e i miei occhi si godevano di riposare con i tuoi». A dividervi fu l’unico Dio che riconoscevate: la vita. E io mi chiedo: potrò mai scrivere così? È sempre l’amore a custodirne il segreto? E tu, avrai la pazienza di aspettare che lo trovi? Avrai la pazienza di comprendere che i tuoi occhi sono l’unica via d’accesso al mio mondo?

 

Verdi. Brillanti e soffocanti. Avvolgenti. Capaci di confiscare l’anima a chiunque e rivenderla al diavolo se possibile. Occhi che meritano la luce, come quelli che Modigliani disegnò a Jeanne – l’unica donna ad avere gli occhi per il pittore italiano.
Ci sedemmo sulle sedie ai bordi del tavolo della sala. Le versai dell’acqua nel bicchiere, poi la pasta nel piatto e, prima di sedermi, controllai che il primo bottone della mia camicia bianca fosse sbottonato. Poi la guardai, e inevitabili, come la schiuma sulla cresta dell’onda, trovarono il fuoco della mia mente queste battute: «Britomarti: Dunque accetti il destino? / Saffo: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno lo accetta» (Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”).
E la ragazza che avevo di fronte aveva i contorni del destino: smussati e oscurati. Ma era pronta ad ingannarmi?

 

Cesare Pavese si innamorò di Constance ad un capodanno. Ed immediatamente divenne la sua Musa. E l’autore iniziò la sua esistenza, come si racconta qui: «Non sono mai stato così vivo come ora, mai così adolescente». Eppure, Constance, con la sua bellezza greca, lo ingannò. Trasformando il suo amore in desiderio divino. Pavese divenne un strumento del suo stesso amore. D’altronde: «Quale gioco è più grande dell’amore per un poeta che non ha cantato altro che amore e morte?».
Tu – si dico a te – mi ingannerai allo stesso modo? Svuoterai le mie parole? Sconfinerai nel mio amore e ne prenderai la sua linfa? Constance l’ha voluto ingannare perché desiderava “restare” e vincere la morte, come lo stesso Pavese racconta nel “Mestiere di Vivere”. Il tuo amore sarà sincero? Sarà puro e graffiato?

 

Poco dopo eravamo nudi nel letto. Sui nostri corpi soffiava il sapore della bocca dell’altro. Il respiro era finalmente calmo. L’orologio in fondo alla stanza indicava l’ora: quasi l’una. Poi presi il libro che avevo comprato tre settimane prima e cominciai a leggere da dove avevo lasciato il segno. E mi resi conto che per tutta la sera avevo pensato proprio a quelle storie, una dietro l’altra. “Ogni storia è una storia d’amore” aveva perforato la mia anima. La sua letteratura raddoppiata aveva bucato ogni mia protezione. Esattamente così: Alessandro D’avenia – l’autore – fa letteratura parlando di letteratura. Una sorta di letteratura esponenziale, che davvero non trova confini alle pagine di un libro, ma logora e riscalda quella che lui stesso chiama «la notte fredda del mondo». Utilizzando una lingua paradossale com’è l’italiano: una lingua che per indicare l’amore spirituale (“giurare amore eterno”) e l’amore materiale, carnale (“fare l’amore”) non ha differenze semantiche. Ma una lingua che forse più di altre nasconde le verità. E l’autore ne conosce ogni segreto e gelosia: sa che l’italiano non ha bisogno di arroganza, ma di dolcezza intelligente. L’etichetta di “scrittore per ragazzi” è conservata, ma rimane sul dorso della sua schiena per i critici letterariamente miopi. Forse invidiosi, di non avere una storia d’aggiungere a tutte queste. Perché questo è il libro di D’avenia: quella storia che per prima cosa riserva l’attenzione alla vostra vita, come un scrittore ama ogni suo personaggio, nel bene e nel male. 

 

Lei riposava sul mio petto. Era Anna, era Susette, era Constance. Poi era lei e mi chiese di leggerle qualcosa per farla addormentare – per arrivare ai sogni, come Susette e Hoderlin. Fuori pioveva, e il ticchettio insistente dell’acqua sull’asfalto mi ricordò Henry, mentre «ritornava a piedi in albergo nella pioggia» (Ernest Hemingway, “Addio alle armi”). Aprii il libro di D’avenia e lessi ad alta voce proprio la storia di Cesare Pavese e della sua Musa. La mia preferita. Presto lessi le ultime righe «[…] sull’amore che è il mistero di vivere”.

Di colpo lei alzò il viso di fronte al mio. Le nostre labbra erano separate dai respiri sfalsati dall’emozione. Mi chiese: -L’amore salva? L’amore salverà anche noi?-

Vidi un luce verde lampeggiare in fondo alla stanza. Forse un’allucinazione, forse la luce di Daisy e Gatsby. Poi qualcuno bisbigliò – si -.  E per qualche secondo mi convinsi che fosse proprio così. Un istante lungo quanto le pagine di “Ogni storia è una storia d’amore” di Alessandro D’avenia. 

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