Una volta ho visto una donna ballare da Ike’s, il bar in fondo a Miller Street. Aveva i capelli rossi e le lentiggini accennate oltre le pieghe del naso. Una gonna blu notte e delle calze a rete. Gli occhi cerulei, le unghie delle dita limate e scintillanti. Se ne andò verso l’una; mi passò accanto, e ascoltai il profumo del balsamo per i capelli. Chopin suonava il suo notturno più dolce.

È trascorso quasi un mese. Sono tornato in quel bar ogni sera, ripetendomi sempre la stessa domanda: – C’è qualche possibilità che io e lei invecchieremo insieme? – Perché io sono vecchio, e mi piacerebbe invecchiare con una donna del genere. Ma non riesco a ricordarmi l’odore del balsamo che aveva quella sera. Maledetta vecchiaia. Ci sono sempre così tante domande. E così tante risposte. È come se in questo mondo non ci potessero essere soluzioni perché c’è troppa verità. Domina l’attrazione.

 

Quasi quattro mesi fa ho scoperto che uno scrittore americano di nome Kent Haruf ha scritto una serie di tre romanzi, raccolti nella cosiddetta Trilogia della Pianura. Sono (in ordine di pubblicazione): Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo. Li ho finiti di leggere tutti e tre da Ike’s, il bar in fondo a Miller Street. E da Ike’s – osservando chi mi circondava – ne ho compreso le forze d’attrazione.

Holt è fatta di forze d’attrazione. È una città fittizia che risponde alla legge più semplice della meccanica classica. Il corpo di massa più grande attrae quello con la massa più piccola. In “Benedizione” Dad Lewis attrae – uno ad uno – gli errori della sua vita, raggruppandoli attorno alle rughe che conserva gelosamente in ogni parte del corpo. Attrae il dolore della moglie e della figlia. Holt nasce attorno alla sua ferrea fragilità. In “Canto della pianura” l’imperfezione dei fratelli McPheron attrae l’imprudenza delicata e sincera di Victoria Roubideaux. In “Benedizione” Rose è attratta dalla bellezza goffa e rude di Raymond.

La scrittura di Haruf è a goccia. Corrode lentamente. È nuda. E indossa lo sguardo del lettore. Segue «il ritmo di Hemingway, l’epica di Faulkner e la malinconia di Cechov» (dal commento di Eraldo Affinati nella quarta di copertina di “Canto della pianura”). Benedizione è il romanzo della morte e del ricordo. Canto della pianura scopre il velo della profondità dell’animo umano – torna la vita. Crepuscolo concilia il dolore e la speranza nel tepore del tramonto.

L’immagine iniziale del primo romanzo e quella finale dell’ultimo atto regalano una struggente sintesi dell’immaginario di Holt e degli affetti umani, che Haruf scardina con la sua penna semplice ed elegante – quasi che troppe parole possano rovinare il sentimento stesso. All’inizio di “Benedizione” Dad Lewis è in ospedale assieme alla moglie, e riceve brutte notizie sulla sua malattia. Nelle ultime righe di “Crepuscolo” Raymond abbraccia Rose mentre ella piange. Due immagini ugualmente fragili, che aprono e chiudono il panorama di un mondo che non esiste. Che – tuttavia – sentiamo così vicino.

La Trilogia è una lunga canzone. Melodiosa, cruda, rude, soffocata, mozza, impaurita, balorda, ubriaca e stordente. In lei c’è una stupefacente quantità di vita. Che oltrepassa il limite – come se l’acqua scivolasse oltre il bordo del vaso. Ma sono solo congetture. Haruf l’ha chiamata Loose Trilogy. La Trilogia rotta, persa, confusa. C’è chi inizia da “Benedizione”, chi da “Crepuscolo”, chi dal Canto. Non ha importanza. Le pareti della piccola città sono forti e robuste. Difendono ogni riflesso dell’esistenza, radicando una realtà spoglia e verace nella bolla artefatta di Holt.

 

La ragazza non tornerà. Ormai l’ho capito. Ma lasciatemi invecchiare con lei. Oppure da Ike’s. Sono qui Dad Lewis, I fratelli McPheron, Victoria, Dj, Rose, Luther, Maggie Jones. E altri ancora. Haruf ha cercato nella vita quotidiana la sorgente della vita più autentica. Non che sia vero, ma chi se ne interessa. La vita ha la sacrosanta legge dell’imprevedibile nella sua essenza. Haruf non osa scalfirla. Rispettandone la bellezza; e la soggezione.

Nessuno dei tre romanzi finisce. Nessuno ha un finale. In nessuno si chiude un cerchio. La storia sfuma, non scompare. I contorni rimangono. Poi restano le impressioni. Poi le emozioni. E poi il ricordo delle emozioni. E poi ancora il ricordo. Che condanna i legami tra le persone. L’amore si fa in due; ma anche i ricordi. Haruf sembra dimenticare alla fine di ogni romanzo, ma in realtà dimentica di ricordare. Ha tutto dentro di sé. La Trilogia finisce come termina la vita di ciascuno di noi: con il ricordo appunto. Eppure permane quella sensazione di mancanza, di incompletezza – hai visto una ragazza, ti è passata accanto, ma non ne ricordi il profumo.

E poi in Haruf c’è una voce. D’urgenza. Di necessità. D’aiuto. Di preghiera. Come se un padre che sta per partire si voltasse, e la figlia, accanto, gli dicesse: – Resta -. E l’eco della sue parole volasse. Come le bolle nella fantasia dei bambini. Credo che in questi mesi Haruf mi volesse dire questo. Di rimanere. Che è quello che conta molto spesso. Come se potessi invecchiare con quella donna. E lei sapesse a memoria i versi di una vecchia poesia:

Quando sarai vecchia, grigia, piena di sonno, 

col capo che ti ciondola vicino al fuoco, prendilo

questo libro, leggi lentamente, e sogna l’incantevole

sguardo dei tuoi occhi di una volta

[…]

(da “When You are Old”, di W. B. Yeats; traduzione di Alessandro Gentili)

Così l’altra sera ho preso quei libri sottobraccio, e mi sono disteso nel letto. Ho chiuso gli occhi e ho visto tutta Holt. Lo Shattuck’s Café, il Chute Bar and Grill; l’Holt Cafè; l’Holt Tavern; la casa di Tom Guthrie e la Community Church. E più in là ho visto persino Ike’s, in fondo a Miller Street. Non l’avevo mai notato prima.

Una donna con le lentiggini sul viso sgusciò oltre la porta, mentre io la bloccavo col piede. Mi sedetti al tavolo. Ordinai una birra. -Lavanda- pensai. -Lavanda-. E lei abbozzò un sorriso sbilenco. Che non vidi. Come il tempo in cui invecchieremo insieme. Ma per questo c’è Holt.

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