Halloween, quella che è ormai da alcuni anni divenuta una “festa d’importazione”, è in realtà una festività con radici pagane. Già da diverso tempo sono state infatti indagate approfonditamente le sue origini. Anche il Friuli Venezia Giulia vanta un’antica tradizione legata a questo momento dell’anno di cui il 31 ottobre non è che solo la data di inizio di un periodo più lungo e molto affascinante, culminante nel giorno di San Martino (11 novembre).

In questi giorni in tutta la nostra regione e anche in alcune zone dell’Istria si praticavano diversi rituali volti ad accogliere i defunti che, secondo la tradizione, proprio in questo momento dell’anno tornavano dal regno dei morti.

Il legame con il mondo agrario e il ritmo di vita che questo un tempo scandiva sono certamente collegati alle celebrazioni di questo periodo. Nel mondo rurale esistevano fondamentalmente due stagioni: l’inverno e l’estate. Ottobre chiudeva idealmente il momento dell’anno dedicato ai lavori nei campi, in particolare con le celebrazioni di San Luca (18 ottobre) e San Simone (28 ottobre). Novembre rappresentava l’inizio del periodo più difficile e si rendeva quindi necessario mettere in atto delle pratiche ben auguranti. Si cercavano inoltre segni che rassicurassero – o preparassero, nel caso di presagi negativi – circa l’andamento della stagione. Era quindi tempo di pronostici e si credeva che i morti stessi, tornati dall’oltretomba, si riunissero nelle vecchie dimore con le loro famiglie e facessero divinazioni.

Novembre segnava quindi l’inizio di un periodo nuovo e preparatorio che portava, dopo mesi di freddo e tenebra, alla primavera. La notte tra il 31 ottobre e il primo novembre era un momento di grande festa per i Celti ed introduceva il Samhain (o Samuin). Tale tradizione sopravvisse in tutta l’Europa Occidentale almeno fino al Medioevo ma, naturalmente, perse i suoi connotati pagani e divenne momento di celebrazione di tutti i santi del calendario cristiano e poi, dal X secolo, anche dei morti il 2 novembre.

Ancora oggi, già dal pomeriggio di Ognissanti, la liturgia prevede che si inizino a commemorare i defunti con precisi salmi e preghiere.

Se quindi, da un lato vi è un fluire dei vivi verso i cimiteri – “rituale” che si ripete ancora, ogni anno, già dai giorni che precedono il 2 novembre e che vede le aree circostanti i cimiteri congestionarsi in un viavai di gente intenta a portare fiori e a sistemare tombe – dall’altro vi sarebbe una processione speculare, dall’aldilà al mondo terreno.

Oggi la stragrande maggioranza delle tradizioni legate all’accoglienza dei defunti di ritorno rimane un ricordo nei racconti dei più anziani e nelle testimonianze raccolte e conservate nei libri.

Diverse erano le consuetudini che accompagnavano questa processione “sovrannaturale”.

I morti lasciavano i cimiteri e, in silenzio, si avviano verso le dimore di quando erano in vita: solo un suono li accompagnava, quello delle campane. Le campane hanno da sempre una forte valenza simbolica positiva: il loro suono contribuirebbe a tenere lontano il male e i pericoli. Infatti, se da un lato i defunti erano attesi, dall’altro permaneva un senso di timore in quanto questo assottigliarsi del confine tra i due mondi era percepito come potenzialmente pericoloso. L’incontro con questa schiera non era visto come un’esperienza raccomandabile: se possibile, meglio evitare. A seconda della zona considerata, l’incontro con i defunti assumeva tuttavia valenze leggermente diverse (in alcuni casi l’incontro si sarebbe rivelato fatale, in altri si raccomandava semplicemente di camminare ai lati delle strade, onde evitare d’essere di intralcio). A Gemona e dintorni si credeva che chi non avesse visitato da vivo la chiesa di San Simeone, l’avrebbe inevitabilmente fatto da morto in questa notte. Da qui la leggenda degli scheletri visti inerpicarsi sul sentiero che porta all’edificio sacro.

Per quanto concerne poi la casa del defunto, la porta, o almeno un’imposta, veniva lasciata socchiusa o comunque non sbarrata, per permettere all’anima di rientrare.

Altro elemento ricorrente erano i secchi colmi d’acqua lasciati a disposizione dei morti: se ne hanno notizie dal territorio goriziano ma anche da Trieste e l’Istria, nonché dalla provincia di Udine e in tutto il Friuli occidentale. Accanto ai secchi era poi spesso presente un lume acceso. Per la stessa ragione veniva lasciato un ceppo ad ardere nel focolare domestico, centro della vita familiare nel Friuli contadino di una volta.

La tavola non veniva sparecchiata, ma restava imbandita con ancora le stoviglie utilizzate e i resti della cena. In alcune zone – Frisanco (PN) – era usanza lasciare attorno al tavolo tante sedie quanti erano i morti attesi.

Il cibo aveva – e in parte tuttora ha – un ruolo centrale in queste festività. Un po’ ovunque si preparava un pasto speciale: gnocchi a Collina, “polente cuinzade” a Ravinis e nelle Valli del Natisone, castagne cotte, ma anche solo acqua e farina in modo che i cari estinti potessero prepararsi da soli la polenta come a Prato Carnico, solo per nominare alcune delle innumerevoli tradizioni culinarie di questo periodo. Le fave erano in particolare associate ai defunti: minestra di fave, fave lesse ma anche i dolcetti chiamati ancora oggi “fave dei morti”. Questi e altri dolci erano oggetto di richiesta da parte, soprattutto, dei più piccoli in tutto il Friuli Venezia Giulia e l’Istria. Di casa in casa venivano richiesti il “panetto dei morti” (nel goriziano), fichi secchi o altre delizie. In alcuni luoghi la processione comprendeva anche gli adulti – “contadini, benestanti, capi di famiglia, artieri e mugnai, che in tutt’altra occasione si vergognerebbero di accettare la più piccola carità, in quel giorno, confusi ai poverelli, battono alla tua porta, e senza rossore ti domandano il pane dei morti” – come scrisse Caterina Percoto nei suoi racconti. La richiesta di cibo in questi giorni dell’anno era accompagnata spesso da formule rituali, come ad esempio a Frisanco (PN) dove i ragazzi bussavano alle porte dicendo Bun dì, pagnùc a mì! e così anche a Claut.

Il pavimento delle case non andava infine spazzato e le motivazioni di tale inconsueto precetto sono varie: in molti luoghi si riteneva che tutto ciò che cadeva a terra fosse destinato alle anime, altrove si evitava di scopare il pavimento per non far sentire i defunti indesiderati. In vari paesi si pensava poi che le anime, concepite come qualcosa di piccolo, sarebbero state in quel modo spazzate irrimediabilmente via.

Neanche le zucche sono prerogativa statunitense: di zucche scavate e illuminate dall’interno abbiamo notizie risalenti all’inizio del Novecento nella zona istriana ma anche ad Avasinis di Trasaghis (UD) dove il giorno di Ognissanti e il giorno dei defunti le tombe venivano decorate con “zucche intagliate a volto umano, illuminate dall’interno” (come riportato dalla studiosa Andreina Nicoloso Ciceri).

Terminata la giornata del 2 novembre, non si esaurivano le celebrazioni a suffragio dei morti. Iniziava infatti una settimana (dal 3 al 10 novembre) di messe e uffici per i defunti e tale periodo era detto “ottavario dei morti”. Concludeva questo ciclo la festa di San Martino, l’11 novembre. È curioso notare come l’oca, che a volte accompagna San Martino nell’iconografia, avesse, presso i Celti, la funzione di “messaggero dell’altro mondo”. L’oca, anche nel mondo rurale friulano, era, assieme al mais (le “blave”) la protagonista di questo periodo e strettamente connessa al culto dei morti.

Vi è quindi, nella cultura popolare friulana, un vasto e complesso sistema di ritualità, credenze e pratiche volte ad assottigliare e rendere meno penosa la distanza con chi non c’è più, tra attese e celebrazioni in un delicato equilibrio tra timore, affetto e speranza.

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