Il pensiero magico – una prospettiva antropologica

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In questo articolo cercherò, attraverso una prospettiva antropologica, di decostruire tutta una serie di false credenze, stereotipi e banalità che riguardano la dimensione magica; soprattutto se collegata alle popolazioni extraeuropee. Infatti, la magia diventa spesso un movente per applicare agli altri una presunta irrazionalità e una conseguente radicale diversità. Ciò porta ad atteggiamenti di superiorità  i quali possono sfociare anche nella violenza.

In primo luogo, per magia intendiamo tutta una serie di azioni mediante le quali si cerca di modificare lo stato di cose. Queste azioni vengono spesso compiute da “addetti ai lavori” (un mago o uno stregone) e il fine di esse può avere una connotazione positiva, si parla in questo caso di magia bianca, oppure negativo, si tratta della magia nera.

Tra i primi antropologi che studiarono questo fenomeno ci fu James G. Frazer il quale teorizzò un collegamento ideale tra magia, religione e scienza. Ovviamente si tratta di una prospettiva intellettualistica e positivista che vedeva la magia come il primo stadio di un processo che culminava con il pensiero scientifico.
A lui, possiamo opporre le teorie del grande antropologo Malinowski il quale distinse nettamente la magia dalla religione e dalla scienza, in quanto la religione è chiamata a spiegare i grandi misteri della vita mentre la magia ha finalità pratiche. Tuttavia, non ha legami con la scienza poiché essa è già presente, sebbene in forme elementari, in tutte le popolazioni.
Per Malinowski la funzione della magia è “ritualizzare l’ottimismo dell’uomo“. Quindi, si tratta di tutta una serie di pratiche che vanno alla ricerca di rassicurazioni di fronte all’incertezza e all’imprevedibilità degli eventi.

In secondo luogo, una posizione sicuramente originale ed estremamente interessante è quella dell’antropologo Ernesto De Martino. Secondo De Martino, il quale deve molto al pensiero filosofico del Novecento (e in particolare ad Heidegger), possiamo capire il pensiero magico solo se lo colleghiamo all’angoscia della “perdita della presenza”. Si tratta di un fenomeno tipico di tutto il genere umano, è la paura del “non esserci”.

Infine, un’ultima considerazione sul nostro rapporto con la magia, cioè declinato nella nostra vita di occidentali immersi nell’era post moderna.
Se vediamo dunque la dimensione magica in questa prospettiva capiamo che non si tratta più di qualcosa di irrazionale, diverso e primitivo. Noi stessi a volte compiamo tutta una serie di gesti scaramantici e di buon auspicio. La magia assume forme diverse, ma il bisogno di sicurezza, di risposta alle incertezze della vita è universale e universalmente umano.

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