Durante l’incontro con Susanna Tartaro un mondo lontano si è aperto dinanzi a noi, che segue le regole della poesia giapponese haiku, con tanti spazi e poche parole, per avere il distacco e la possibilità di osservare ciò che ci circonda con la grazia che ci si aspetta da una cultura tanto raffinata.

La scrittrice ci offre dei piccoli assaggi della sua esperienza, di come tutto nacque da un tweet, che molto somiglia a un haiku in quanto a restrizione di caratteri, ma che allo stesso tempo si presenta come una rivoluzione dove la tradizione incontra la tecnologia, poi della realizzazione del blog Dailyhaiku che rappresenta la sua raccolta di poesie, fino alla stesura del libro Haiku e sakè. La curiosità per il mondo e la capacità di fare connessioni le hanno permesso di usare uno strumento letterario come la poesia giapponese per parlare di realtà e di attualità.

La tradizione del haiku percorre diverse epoche: partendo con Matsuo Basho dal Seicento, che scriveva riguardo una rana che saltava nello stagno; passando per Masaoka Shiki che ha creato l’haiku moderno, che usava anche per parlare di sé: “Nel mio andarmene/Nel tuo restare/Due autunni”, dove il fascino per la natura si mescola all’autobiografia per descrivere la sua morte imminente e il senso di amarezza che si lascia dietro ; Issa Kobayashi che parlava di piccole cose, da cui partiva un rovesciamento della situazione in stile jujitsu in cui il tema perdente diventa vincente; fino a Taneda Santoka del primo Novecento dove il mondo perde l’estroversione e si concentrano dietro a un velo di mistero i fatti non esplicitati. Santoka, oltre a essere un poeta il cui satori (o illuminazione buddhista) era il saké, era anche un mendicante e un pellegrino che scriveva “Cuscino di pietra/Accompagno nuvole” per parlare della sua condizione misera, con solo grandine e nessuna moneta nella “ciotola di metallo”.

Nel libro Haiku e sakè troviamo il diario privato di Santoka e alcuni haiku scelti, tra cui Sarinagara che significa “eppure”. “È di rugiada/È un mondo di rugiada/Eppure, eppure”: il presente che si mescola alla ciclicità del cosmo, di cui si fa fatica ad esprimerne l’immensità in quanto umani, per cui le parole chiave sono “lancinante” e “struggente”.

Altro tema fondamentale  è quello della solitudine e della fine dell’infanzia: a questo proposito Santoka scriveva “Solo con gli altri”, il quale può essere interpretato come : “essere soli rispetto agli altri” o “essere soli, ma protetti da altri”. La scrittrice riporta una sua esperienza personale nel libro, un tipo di haiku esteso dove alla brevità e all’ermetismo si preferisce la discussione semplice dell’accaduto: sola su un’altalena, diventa vittima di un attacco di bacche da parte di altri ragazzini dispettosi, ma lei rimane lì seduta a cantare, nella fierezza evanescente di essere “miss universo 1979” e “regina di un interregno pre-tutto”, fino al ritorno del silenzio dove potrebbe riecheggiare “Solo, con gli altri/Strada che corre/dritta, solo”.

Anche le donne ricoprono un ruolo tra i poeti giapponesi, come per esempio Momoko Kuroda, di cui ricordiamo le poesie riguardante i ciliegi: quelli in fiore idealizzati della giovinezza, e quelli malinconici della vecchiaia dove il passare del tempo è infrangibile. Ogni epoca della vita ha la sua poesia che la rappresenta al meglio, in modo da renderla tangibile per coloro che la leggono e che quindi crei una connessione tra persone sole che percorrono una strada dritta insieme a tanti altri altrettanto soli.

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