Gli Ebrei di Gorizia: tra antisemitismo e tolleranza

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La storia degli ebrei a Gorizia ha origini particolarmente antiche: le prime attestazioni dell’arcaica comunità risalgono, infatti, al XIII secolo, quando nella città arrivarono alcuni immigrati di religione ebraica provenienti dalla penisola Iberica e dalla Germania. Risale infatti al 1316 il primo documento che attesta la residenza di un certo Bonissachus Judeus nell’odierna Piazza Cavour.

La situazione della popolazione ebraica goriziana era simile a quella degli Ebrei nell’Impero Asburgico, dove erano costretti a giostrarsi tra espulsioni, gestione dei banchi di pegno e sporadiche leggi di tolleranza. Nel 1500, dopo la morte dell’ultimo Conte di Gorizia Leonardo, la comunità ebraica ottenne maggiore prestigio nella città e, al contempo, maggiori privilegi, grazie soprattutto all’appoggio delle autorità locali, divenute ormai asburgiche. Per comprendere meglio l’atteggiamento degli Asburgo nei confronti delle comunità ebraiche austriache, Maddalena del Bianco Cotrozzi scrive “Gli Asburgo considerarono la questione ebraica in maniera contraddittoria: uno spirito di intolleranza religiosa si univa in loro alle considerazioni economiche che facevano giudicare preziosa la presenza ebraica nei territori sottoposti al loro dominio”.  Alla fine del secolo molte famiglie acquisirono il titolo di Hofjuden, letteralmente “ebrei di corte”, termine che andava a designare gli Ebrei impegnati in funzioni amministrative o finanziarie presso i palazzi e che godevano quindi di particolari privilegi, come l’impossibilità di venire espulsi dal paese o la facoltà di acquistare delle proprietà.

Una delle famiglie che si distinse particolarmente in questo periodo, fu la famiglia Morpurgo (cognome derivante dalla città slovena di Maribor), di ceppo ashkenazita, la quale si dedicò soprattutto all’attività finanziaria di cambiavalute e banchieri, acquisendo successivamente alcune attività agrarie e industriali.

Il 24 marzo 1696 l’Imperatore Leopoldo I istituì il ghetto di Gorizia, poi attivato nel 1698, nella contrada San Giovanni (l’attuale via Ascoli), una zona allora periferica e che in passato aveva ospitato il lazzaretto per i malati di peste durante l’epidemia che aveva colpito la città nel 1682.

Nel 1756 venne qui inaugurata la Sinagoga, visitabile ancora oggi. La struttura, il cui aspetto attuale risale al 1894, in seguito ad una ristrutturazione attuata da Emilio Luzzato, andava a sostituire un oratorio provvisorio eretto nel 1699 come luogo di culto. Attualmente l’edificio è preceduto da un cortile in cui si trova un menorah, ovvero il candelabro ebraico a sette braccia, e una lapide commemorativa in ricordo delle deportazioni durante la Seconda Guerra Mondiale, di cui parleremo tra poco. Le imponenti porte in legno racchiudono oggi all’interno un’imponente sala d’ingresso, il “Museo della Gerusalemme Liberata”, l’esposizione permanente delle opere di Carlo Michelstaedter (pittore ebreo di natali goriziani) e un’ulteriore sala di culto di dimensioni però ridotte; al secondo piano si può osservare il matroneo in legno, delimitato da un parapetto.

Secondo una stima del 1788, il numero di Ebrei che abitavano il ghetto era di 270, pari a circa il 4% della popolazione totale goriziana. I rapporti tra Cristiani ed Ebrei erano, nel corso del tempo, divenuti stabili e continuativi, soprattutto grazie all’avvio di una fiorente industria tessile che contava dipendenti di entrambe le religioni, e la città di Gorizia cominciò ad essere conosciuta come la “piccola Gerusalemme sull’Isonzo”.

Con la bolla papale Cum nimis absurdum di Papa Paolo IV del 1555, era già stata predisposta una netta divisione delle comunità ebraica da quelle cristiane. Il primo arcivescovo di Gorizia, Carlo Michele d’Attems si prodigò proprio per separare le comunità in ogni aspetto della vita quotidiana, aprendo un ghetto anche nella città di Gradisca. L’arcivescovo decise inoltre di istituire a Gorizia un Monte di Pietà nel 1753, in modo tale che i Cattolici non dovessero più servirsi dei prestiti degli usurai Ebrei, il cui tasso d’interesse era intorno al 20-30%. Nel 1767 i banchi di pegno vennero definitivamente chiusi sia a Gorizia che a Gradisca.

Nel 1780 l’Imperatore Carlo II d’Austria emanò la cosiddetta patente di tolleranza, ovvero un trattato che estendeva la libertà religiosa alle confessioni di stampo cristiano e andava quindi a comprendere, oltre ovviamente i Cattolici, anche i Luterani, gli Ortodossi, i Calvinisti e gli Ebrei. Il trattato venne rafforzato successivamente dallo “Judenordung”, un decreto specifico per la zona di Gradisca e Gorizia del 1790,poiché Giuseppe II mirava ad integrare nel tessuto sociale isontino la comunità ebraica: vennero promosse scuole in lingua tedesca nel ghetto e venne imposto loro il servizio militare obbligatorio.

Nel 1812, in seguito all’occupazione francese, i cancelli del ghetto vennero definitivamente abbattuti e venne eliminato l’obbligo di residenza obbligatoria. Gli Ebrei iniziarono a ricoprire cariche pubbliche e con il ritorno degli austriaci venne proclamata definitivamente l’uguaglianza per tutti i cittadini. Durante il Risorgimento italiano molti appartenenti della comunità ebraica goriziana aderirono alla causa nazionalista italiana, sostenendo la borghesia laica e liberale.

All’inizio del Novecento il numero complessivo degli Ebrei non superò mai le 300 unità. Durante il primo conflitto mondiale molti giovani goriziani appartenenti alla comunità ebraica parteciparono a diverse battaglie, dove spesso trovarono la morte. La sinagoga venne danneggiata gravemente dai bombardamenti ma subito ricostruita non appena le ostilità terminarono. Nel 1922 sorse la Tikvatah-Hechaututz (o “Ha’Tikvah”), gruppo sionista capeggiato da Oscar Morpurgo e Angelo de Fano con lo scopo di infondere la religione nei giovani o, per lo meno, di farli maggiormente familiarizzare con essa.

Intorno al 1930 la comunità ebraica venne rimpolpata con gli arrivi di nuovi membri provenienti dalle comunità di Udine e San Daniele, comunità troppo piccole per essere autonome.  Nel 1938 la situazione, però, cambiò prendendo, come tutti ben sappiamo, una svolta drammatica: dopo l’emanazione delle leggi razziali, infatti, venne ordinato dalla prefettura il censimento della popolazione ebraica cittadina, dando così via alle persecuzioni nei loro confronti. Inizialmente venne impedita agli Ebrei di esercitare la professione medica, successivamente venne impedito loro di detenere attività commerciali. Nel 1942 venne emanata poi una legge che obbligava gli uomini al lavoro nella segheria di Solcano e le donne al confezionamento di divise militari. Il 23 novembre 1943, dopo l’occupazione del territorio da parte dei nazisti, una retata distrusse la comunità ebraica, deportando 73 persone ad Auschwitz, di cui solo due ne fecero ritorno; il più giovane deportato aveva 3 mesi e il suo nome era Bruno Farber, a cui oggi è dedicato il giardino adiacente alla sinagoga.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, purtroppo, non sono rimaste molte tracce della fiorente comunità ebraica che aveva animato le strade di Gorizia per secoli. Oggi, passeggiando per la città, è possibile vedere solamente la Sinagoga, le vie del ghetto e il cimitero di Valdirose, in territorio sloveno. Poco è rimasto di una storia così contraddittoria che ha sempre oscillato tra atteggiamenti di apertura e intolleranza.

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