Un dramma che non finisce e che prosegue ancora integro dopo quattro anni, quello dei genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio e che Giulio fa cose, libro scritto assieme all’avvocato di famiglia Alessandra Ballerini, uscito a gennaio e presentato alla XXI edizione di pordenonelegge, raccoglie con minuzia di dettagli. Un evento tanto partecipato, conclusosi con un applauso di cinque minuti.

Tutto cominciò il 27 gennaio del 2016 quando Claudio Regeni ricevette quella chiamata che avrebbe sconvolto la vita della sua famiglia, una telefonata che sul momento tenne nascosta alla moglie, in quell’occasione impegnata lontano da casa per il Giorno della Memoria. Loro figlio Giulio, dottorando dell’Università di Cambridge in trasferta in Egitto per ricerca, non c’era più.

A scanso di illazioni, Giulio è morto sul lavoro. Tanti ne hanno parlato, discusso, dibattuto ma per sua mamma Paola non ci sono molte parole da dire, solo tanto silenzio per riflettere: una riflessione che deve partire dalle tante azioni di depistaggio sistematiche da parte delle autorità egiziane che dipingevano una figura totalmente estranea da quella di Giulio. Prove di queste falsità sono i presunti documenti di Giulio, oggetti femminili usati dall’autorità per provare che il dottorando, quella tragica sera, fosse uscito da un festino gay, quando omosessuale non era, o che ritraggono la bandiera italiana. O ancora la consegna di questi oggetti che non gli appartenevano alla famiglia lo scorso gennaio, per cui si erano mobilitati gli investigatori italiani. O ancora l’uccisione di cinque innocenti fatti passare per gli autori del delitto e su cui erano state messe in tasca le “prove”.

Ma anche dalla scarsa partecipazione emotiva da parte dei suoi datori di lavoro, che non hanno partecipato moralmente ed emotivamente. Costoro si affiancano nelle responsabilità ai mandanti egiziani del suo omicidio, non essendo i soli responsabili: non si deve infatti spostare l’attenzione su una parte o sull’altra, come certa politica ha fatto a suo tempo con Cambridge per salvare il rapporto con l’Egitto. Tale indice puntato derivava essenzialmente dall’indicazione del riferimento della ricerca di Giulio da parte dell’Università, individuato nella figura del presunto venditore ambulante Abdallah, “una miseria umana” con una microcamera sul bottone della camicia che avrebbe tradito il dottorando consegnandolo ai suoi aguzzini.

Ma una vergogna ancora più grande è rappresentata dalla mancata capacità dello Stato e di quattro distinti governi italiani a far valere una ragion di stato che andasse oltre l’interesse meramente economico e commerciale, rivendicando e difendendo la dignità morale dei suoi cittadini. Una dignità che regimi come quello egiziano non conoscono e non rispettano e con cui non è saggio fare affari, di qualunque genere. Se quindi era stato saggio e giusto ritirare l’ambasciatore al Cairo nell’aprile 2016, del tutto irrispettoso e indegno era stato farlo ritornare nell’agosto del 2017, il che, aggiunto alla recente riconsegna degli oggetti “personali”, era stato salutato da certe figure politiche come un passo avanti.

Giulio, precisa papà Claudio, non aveva colori politici ma un solo colore preferito, il giallo. Un colore che ha radunato attorno a sé un movimento d’opinione sempre più grande, un’ “onda gialla” a sostegno della famiglia e delle sue iniziative per la ricerca della verità. L’attivismo dei Regeni ha quindi generato curiosità e su di esso si è formata una narrazione di grande significato culturale e aiuto civile.

Un sostegno che continua a dar loro una grande energia in una lotta che, per quanto disperata, non verrà abbandonata tanto facilmente.

 

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