Fuori è caldo ma è normale ad agosto

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La casa dei mie nonni è una bolla di pace. Si specchia nelle bomboniere silenziose sui mobili di legno scuro. Un fagiano imbalsamato veglia sul più alto, mentre il viso dell’appartamento guarda l’ovest. È la metà di agosto e l’afa pomeridiana concede solo il risposo. Allora scrivo.

Ma scrivi sempre!, mi dice qualcuno. Non so fare molto altro. 

A un certo punto mi avvolge l’idea di tuffarmi in qualche storia. Ma non so quale – uno dei vizi che condivido con la mia famiglia: l’incapacità di trovare un accordo anzitutto interiore su quale film guardare per allietare la serata. Tra lo sguardo assonato dei miei occhi e l’ultimo numero del laLettura scorro rapidamente la piccola cineteca che custodisco in casa accanto al televisore in salotto. Il primo titolo che estraggo me lo suggerisce il mattino che ho appena vissuto. Le due donne della mia vita sono salpate alla volta di Parigi: accompagnano la nonna materna a godere della sua bellezza per la prima volta. Io veglio la casa, assieme a mio padre. Ma entrambi ci siamo già stanziati nella bolla dei suoi genitori: la casa, senza mia madre e mia sorella, è spenta. E poi lo sanno tutti: gli uomini da soli non ci sanno stare.

Dicevo: l’aeroporto della mattina presto mi ha allungato l’adrenalina del viaggio. Ecco perché indico Into the Wilde. Mi chiedo spesso se e quando avrò il coraggio di fare qualcosa di simile. Il tempo – ho promesso a me stesso – lo troverò. Quasi sicuramente non riuscirò a emulare delle scelte tanto radicali, ma proverò a creare il mio percorso. Che però conserverà un ritorno a casa – indefinito, ma previsto. Perché sarà anche e sopratutto in questo modo che berrò la sua linfa. Poi vabbé, forse non sono del tutto obiettivo riguardo il film di Sean Pean: la delicatezza graffiata della sua colonna sonora è ineguagliabile. Di recente – seppure in altra forma – solo la sceneggiatura di Manchester by The Sea l’ha inconsapevolmente evocata con riguardo. Ogni volta che l’ascolto il respiro si quieta, addomesticando il battito sommesso del cuore. Che tace. Come nella bolla di questa casa. Non fa rumore, un passo dopo l’altro. Leggero. Rise – la traccia numero quattro – è l’ode del viandante. E ha un potere, che non ho trovato facilmente in giro per il mondo: fa innamorare della sua fragilità. Scopre le ferite. Alza il velo. Tocca il sangue ricco di ossigeno.

Il mio sguardo si è incagliato nelle fotografie nella nicchia del mobile sotto il televisore. Sono piccolo. In braccio a mio padre, mentre fisso il mondo con gli occhi blu. Quando mio nonno compare sullo stipite della porta e mi richiama nell’altra stanza: vuole spiegarmi cos’è il Neuroma di Morton. Internet è la sua ultima più grande scoperta. E lo trova insaziabile. Lo schermo del Mac regna nella piccola cameretta – dove dormo quando allungo il divano-letto. Lui indica sullo schermo l’immagine di un piede, poi scorre i paragrafi di Wikipedia. Guardo attorno, e mi intrufolo in un’epifania imprevedibile. Ecco dov’era!, penso. Across the Universe riposa quieto nella libreria a lato.

A volte dimentico quello che non dovrei. Lascio le chiavi dove non le trovo più; vado in centro in bici e torno a piedi. Dimentico. Ma ci sono altre volte in cui dimentico quello che non posso lasciare all’onda del vento. Le mie cose: musica e parole Eppure in qualche momento ne perdo l’indirizzo; non percepisco il loro peso. Quasi che… nothing’s gonna change my world. Le ritrovo correndo per le vie della città. Oppure quando la sera riconosco il ritmo delle battute di Across the Universe – uno di quei film che non odora solo di profitto, e che quindi resta in seconda, terza fila.

Lodarne la colonna sonora sarebbe imbarazzante. Di alcune cose non si parla. Si ascolta e basta – i Beatles. Ma come per Into the Wilde – e tutte le altre cose che mi circondano, da quando per la prima volta alle elementari ho imparato in inglese la frase my favorite colour is… – , una mi contamina irreparabilmente. Ballo, anche se non so ballare. Canto, perché non so cantare. I’ve just seen a face è velocissima, e rapida ed energica. Coglie il frutto con la freccia. Bam! Colpito. Così m’invento attore e penso d’indossare un gilet nero e una cravatta dello stesso colore. Ballo in un sala da bowling di provincia. Un giorno smetterò di essere innamorato e comincerò ad amare.

Tic, scatta l’interruttore. La luce della sala muore. Cosa resta? Polvere, direbbe Joyce. Si ma tu, tu che dici? Forse fino a quando avrò più di quello che mi serve, non sarà libero. Mio nonno spalanca la finestra e spegne il condizionatore. Ma cosa fai?, gli urla la nonna. Sono già fuori. Sono una libellula e sbatto le ali così forte che faccio del male al mio corpo piccolo. Che vola e si lascia alle spalle una bolla di pace. Va alla scoperta. Splende. Si, ecco cosa vuole. Splendere. E sorgere. Risorgere. Nel giorno in cui avrà leccato le sue insicurezze più profonde. E sarà sicura di far morire i suoi sogni su un’altalena in mezzo al mare. Come un poeta; come uno stupido che ama. Che si scopre stupido e si convince di volerlo essere per sempre. Perché non trova soluzione a una vita incostante, ma precisa. Vuole problemi, per pensare e basta. Come in un film. Come mio nonno, che se avesse ora la mia età, guarderebbe sua moglie dicendo semplicemente, fuori è caldo ma è normale ad agosto

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