A lungo parroco della Chiesa di San Giorgio Maggiore in Udine, don Eugenio Blanchini fu una figura di primo piano nel mondo cattolico friulano di fine Ottocento e inizio Novecento. Ad orientare la sua azione furono soprattutto l’attenzione per il mondo di poveri ed emarginati e lo sforzo per offrire assistenza morale, religiosa e materiale alla massa di lavoratori stagionali sfruttati nei cantieri e nelle fornaci dell’Impero. I suoi resoconti ci offrono uno spaccato della terribile questione sociale che investì il Friuli a cavallo di dei due secoli, con sullo sfondo una lotta già aspra tra mondo cattolico e mondo socialista.

A seguito del Congresso di Vienna, con il passaggio del Friuli veneto al dominio austriaco e il conseguente abbattimento dei confini politici con l’Austria-Ungheria, l’emigrazione stagionale dei lavoratori friulani verso le regioni imperiali subì un netto aumento. Ciò era principalmente dovuto alla rivoluzione industriale in atto nel Centro Europa, che stava fornendo grande impulso allo sviluppo edilizio delle città, nonché alla costruzione di ferrovie e grandi opere infrastrutturali, con conseguente richiesta di braccianti, boscaioli, manovali e muratori. Anche in seguito all’unità d’Italia, con il sorgere di un nuovo confine politico rispetto alle province austriache, la tendenza migratoria stagionale verso gli Imperi centrali non si arrestò. In questo caso, a giocare un ruolo determinante furono la crisi dell’allevamento dei bachi, causata dal boom dell’industria tessile lombarda, la crisi della piccola proprietà contadina, dovuta al massiccio ricorso all’usura e ad un’improvvisa crescita demografica, un’eccessiva rassegnazione alle condizione di povertà e la conseguente visione dell’emigrazione come unica via d’uscita a situazioni economiche assai gravi.

A inizio Novecento gli emigranti stagionali annuali ammontavano a circa 60 mila lavoratori. Operai, boscaioli, contadini, spesso provenienti da situazioni di povertà estrema, privi di ogni supporto statale, che spesso, lontano da casa, trovavano sostegno nell’aggregazionismo sindacale socialista, che già a fine Ottocento aveva visto la nascita del Segretariato dell’Emigrazione. Una tendenza, quest’ultima, che preoccupava non poco gli ambienti clericali udinesi e che vedeva in don Eugenio Blanchini il più convinto avversore. Convinto della necessità trovare rimedio a questo male – ‘lo spirito del socialismo anarchico’ – nel 1900 don Blanchini decise di seguire i lavoratori friulani nelle loro migrazioni stagionali, assistendo ai lavori in fabbrica e nelle fornaci, condividendo pranzi, festività e dormitori, cercando di comprendere le difficoltà della loro situazione. Le prime risposte da lui avvocate furono la nascita del Segretariato del Popolo, patronato di assistenza legale, spirituale e materiale, e l’istituzione dell’Unione di S. Raffaele tra i Sacerdoti per le Missioni agli Emigranti, entrambe celebrate nel 1902.

A partire dall’anno seguente, don Blanchini si adoperò per rispondere alla ‘promiscuità’ delle unioni socialiste, creando luoghi, centri di aggregazione e filiali locali del Segretariato del Popolo che potessero occuparsi spiritualmente e rappresentare i lavoratori friulani. Il resoconto delle sue peregrinazioni in territorio imperiale ci riporta l’ambizione di realizzare una rete di unioni locali. A Knittefeld ottenne dal cappellano una stanza dove gli italiani potessero stabilire la sede delle proprie società cattoliche. A Leoben tentò un’azione religiosa ed economica per redimere gli emigranti ‘dalle male arti del socialismo’, promuovendo l’adunanza dei circa cento operai friulani presenti in città e la fondazione di un segretariato locale. A Vienna diede vita ad un comitato tra i cristiani sociali, per raccogliere i fondi necessari all’istituzione di un segretariato, dotato di un proprio avvocato, in difesa dei diritti degli emigranti.  Comitati analoghi sorsero anche a Graz, Marburg, Klagenfurt e in altre città imperiali.

Nonostante gli sforzi per creare un’alternativa cattolica, molte delle promesse fatte a don Blanchini caddero nel vuoto. Inoltre, gli emigranti si dimostrarono restii alle soluzioni proposte dalla Chiesa. Spiega don Blanchini: ‘i nostri campagnoli non sono educati ancora sufficientemente per conoscere l’importanza delle unioni professionali’. Per ovviare al problema, si cominciò ad organizzare in ogni parrocchia un triduo solenne, ovvero tre giorni di preghiera e adorazione, prima della partenza degli emigranti. In questa occasione si predicava in chiesa riguardo la necessità di unirsi sotto la protezione di un santo e i benefici che potevano essere tratti dall’unione tra lavoratori. Inoltre, si procedeva alla formazione di comitati, alla cui presidenza era posto il parroco, e alla nomina di rappresentanti tra i vari gruppi di emigranti. Il fine era duplice, creare una capillare struttura di accoglienza e aggregazione cattolica all’estero e al tempo stesso mantenere forte il legame con la parrocchia di provenienza.

Le ambizioni di don Blanchini raggiunsero picchi molto elevati, come la possibilità di costituire un segretariato comune fra le diocesi di Concordia, Ceneda, Udine, Treviso e Belluno, realizzando finalmente un progetto religioso comune per l’assistenza agli emigranti, tuttavia, si spensero con il proprio fautore, nel 1921.

Fonti

Blanchini, Eugenio, Opera dei sacerdoti del Friuli a favore degli emigrati, in Rivista Internazionale di Scienze Sociali e Discipline Ausiliarie, Vol. 32, Fasc. 125 (Maggio 1903)

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