10 febbraio 1986: ha inizio il cosiddetto “maxiprocesso” in un’aula bunker costruita appositamente a fianco del carcere Ucciardone a Palermo. Un processo di dimensioni inaudite: 475 imputati, 200 avvocati difensori. Le accuse: estorsione, rapina, traffico di droga, ma soprattutto delitto di associazione mafiosa. Presenti tra gli imputati: Leggio Luciano, capo assoluto del clan dei Corleonesi; Greco Michele, “il papa”; Calò Giuseppe, il cassiere di Cosa Nostra. Sentenza di primo grado: 360 condanne (74 in contumacia), 114 assoluzioni, 19 ergastoli, 2665 anni di carcere, 11.5 miliardi di lire di multe. Quasi tutte le condanne sono confermate dalla Corte di Cassazione sei anni dopo l’inizio del processo, il 30 gennaio 1992.

Palermo vive di contraddizione. Camminando per le strade della città si sconfina inconsciamente da un mandamento all’altro, ogni zona controllata da diverse famiglie. Il mercato Ballarò, nel quartiere dell’Albergheria, vende frutta di giorno ed eroina di notte. E poi il palazzo dei Normanni, la Cappella Palatina in cui si fondono tradizioni musive bizantine ed arte islamica, il duomo di Monreale; scendendo verso sud lentamente il fasto si dirada, lascia spazio alla campagna. Sessanta chilometri a sud di Palermo, il paese di Corleone, undicimila abitanti, sede storica di una delle fazioni più influenti di Cosa Nostra.

Da San Giuseppe Jato si dirama una strada provinciale verso sud est. Una strada spaventosa. Alcuni tratti mancano completamente di asfalto, in altri si accumulano enormi pozzanghere dopo la pioggia recente. C’è una superstrada ad est da qui, ma ormai ci siamo, il paese appare all’orizzonte, non colpisce; non ha il degrado di Scampia. Un paese come tanti. Cerchiamo il CIDMA: Centro Internazionale di Documentazione sulla Mafia e del Movimento Antimafia. Chiediamo a un gruppo di passanti: mai sentito nominare. Era a cento metri di distanza.

Il CIDMA consta di quattro stanze: la prima è la stanza dei faldoni. In gran parte è occupata da un enorme scaffale: sono i documenti del maxiprocesso, donati al museo dalla Camera Penale del tribunale di Palermo. Molti faldoni riportano il nome di Tommaso Buscetta, “il boss dei due mondi”, uno dei più importanti collaboratori di giustizia nei processi a Cosa Nostra. Durante la seconda guerra di mafia (primi anni ottanta) Buscetta si trova in Brasile; la fazione vincente dei Corleonesi stermina 12 membri della sua famiglia in una serie di vendette trasversali. È in quel momento che Buscetta, estradato in Italia, si decide a collaborare, esprimendo la volontà di parlare solo ed esclusivamente con il giudice Falcone. La testimonianza che successivamente porterà al maxiprocesso, sulla struttura interna di Cosa Nostra e sui dettagli di molti delitti di mafia degli anni precedenti, sarà fondamentale nel formulare le sentenze di condanna agli imputati presenti e ai contumaci.

Le tre sale rimanenti ospitano mostre fotografiche. La “sala Carlo Alberto dalla Chiesa”, intitolata al prefetto di Palermo ucciso il 3 settembre 1982, ospita foto di famosi boss corleonesi, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, mentre nelle adiacenti “stanza dei messaggi” e “stanza del dolore” si trovano esposizioni di Letizia Battaglia e della figlia Shobha, dedicate alla società siciliana e agli ambienti di mafia. Reporter palermitana ormai di fama internazionale, Letizia Battaglia racconta i contrasti della sua terra: la Palermo borghese, dove la mafia non esiste, e quella Sicilia contadina, operaia, circondata dagli uomini azzimati dell’Onorata Società. Un welfare stabile e presente, che fa girare l’economia di questo paese; in cambio di un piccolo contributo supplisce a uno Stato barcollante, e riporta all’ordine chi è tanto imprudente da alzare la testa.

Negli anni ottanta, Corleone era un teatro di sangue, con svariati omicidi al giorno. Cosa Nostra oggi non usa gli stessi metodi, ma non vuol dire che abbia cessato di esistere: nel settembre 2016 i carabinieri hanno arrestato 12 persone all’interno del paese, tra cui Carmelo Gariffo, nipote di Bernardo Provenzano. Realtà come il CIDMA, l’associazione “Libera” e molte altre ancora sono però testimonianza importante dello sforzo e del senso civile di chi ha scelto di opporsi alla cultura dell’omertà.

PH Letizia Battaglia

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