Ceramica Galvani: storia di un’industria pordenonese

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“Desidero fare della mia mente non un magazzino ma un’officina”

(Andrea Galvani)

 

1811. La famiglia Galvani è già una delle più facoltose dinastie industriali del nord est e dell’Italia moderna: governa stabilimenti di produzione di seta, inchiostri, liquori e cartiere, esportando in tutta Italia, a Venezia e poi nel vicino Oriente. In quell’anno Giuseppe Galvani decide di fondare una nuova impresa in un nuovo settore, conquistando una fetta di mercato esclusa dai suoi competitori: la società di massa.
Nell’ambito della ceramica fu la prima ad affrontare una produzione di terraglie  per privilegiare le classi popolari e fu una delle pochissime a sorgere ex novo nell’Ottocento senza avere una precedente tradizione settecentesca: la Galvani nasce moderna.
Nonostante questo ritardo genetico dell’azienda, il crogiolo di esperienze di produttività e imprenditoria illuminata ha radici profondissime nel contesto famigliare di Giuseppe, tanto che questa nuova avventura sostituirà tutte le altre produzioni per durata ed importanza nei decenni a venire, facendo conoscere la ceramica di Pordenone in tutto il mondo.

La prima fabbrica sorgeva all’interno del convento di SantAntonio, appena fuori le mura della città, presso la Porta della Bossina. Le fornaci erano site nellabside dellex chiesetta e i locali monastici adibiti a laboratori. Vi si producevano scodelle, piatti e i primi “sanitari” destinati alle classi popolari e venduti nei mercati del Nord Italia.
Dopo una decina d’anni, Giuseppe sfruttò a suo vantaggio il mutamento di rotta del governo austriaco che instaurò un severo protezionismo limitando le importazioni: la Galvani poté in questo modo estendere la sua produzione a manufatti più pregiati, sfruttando la preziosa silice di Caneva, ricercata soprattutto dal mercato veneziano per realizzare il marmorino e i pregiati vetri di Murano.
Alla fine degli anni ’20 dell’Ottocento non era raro vedere attraccate al porto del Noncello imbarcazioni colme di botti in legno fabbricate dagli artigiani di Dardago e Budoia, piene ceramiche dirette ai mercati di oltremare come Dalmazia, Costantinopoli, Gerusalemme, Il Cairo, Corfù, Venezia.

Nella famiglia una figura si distinse per spirito innovativo e genialità, non solo imprenditoriale: fu Andrea Galvani, che assunse le redini della manifattura nel 1836 fino al 1855.
Fu figura dalla pragmatica cultura scientifica, dalla personalità poliedrica che spaziava dall’ingegno per la fisica alla passione per lettere ed arti: fu compositore di garbati e arguti epigrammi, collezionista di opere pittoriche, ma fu soprattutto scienziato, imprenditore moderno e inventore apprezzato e, addirittura, premiato dallImperatore Ferdinando I, anticipatore di moltissime innovazioni tecniche nel settore produttivo. Il suo contributo fu essenziale per la fabbrica che diveniva sempre più competitiva in un settore investito da grande fermento.
Andrea Galvani, il cui nome rimarrà identificativo dell’azienda anche dopo la morte, ottimizza i tempi di lavorazione contenendone i costi, sviluppando il procedimento di trasferimento a stampa, della decorazione a riporto e arriva a teorizzare la pressa ad aria che sarà realizzata solo cento anno più tardi.

L’impresa si sta sviluppando velocemente ed è necessario trasferirsi in un luogo più appropriato e scegliere un marchio di fabbrica efficace e riconoscibile: il famoso Galletto. Sono gli anni dei grandi riconoscimenti alle Esposizioni Nazionali ed Internazionali e viene addirittura aperta una Scuola di disegno per decoratori.
Anche Pordenone sta crescendo. Nel 1858, infatti, viene inaugurata la ferrovia e viene realizzata l’attuale via Mazzini che “taglia” la fabbrica Galvani privandola della facciata, ma regalandole una posizione nuovamente strategica ed il nuovo fronte ad archi, entrato nell’immaginario della Pordenone otto-novecentesca; nel 1888 arriva lelettricità  e la fabbrica gode di un nuovo impulso.

Il passaggio del secolo è segnato dalla diversificazione della produzione, scelta coraggiosa e lungimirante che garantì alla Galvani di non risentire della crisi che colpì molte altre manifatture friulane nei primi del ‘900. Vennero introdotti nuovi articoli conosciuti in tutta Italia tra cui le tabelle di numerazione civica e le targhe di denominazione delle strade che possiamo ancora riscontrare in qualche via del centro storico; mentre i prodotti della Galvani sono ancora oggi oggetto di onerosi scambi, le pregiate piastrelle cittadine “da collezione” sono state via via scalpellate e sostituite da più anonime piastrine in pietra grigia o in lamiera.
Grazie allo studio di modelli e decori appositi per ogni paese, senza trascurare le tematiche tradizionali legate al Friuli, il mercato della Galvani si estende ormai dallEuropa, all’Oriente fino all’ America e nel 1936 riuscì a sbarcare anche in Africa, sfruttando la guerra appena avviata.

Alla decorazione tradizionale a fiori, si accostarono tra gli anni ‘20 e gli anni ’30 collaborazioni con importanti artisti quali Armando Pizzinato, il veneziano Angelo Simonetto ed il futurista Giacomo Balla, innescando un rinnovamento stilistico e cromatico notevole, dovuto anche alluso di tecniche sempre allavanguardia, dal decoro a mano alla stampa, dalla verniciatura a spruzzo alla decalcomania con lastre di rame incise, fino all’utilizzo dell’aerografo a mascherina.
All’avanguardia anche per quanto riguarda labbigliamento: alla fine degli anni ’30 a Pordenone, era rivoluzionario, ma non raro vedere donne indossare i pantaloni; le “braghe”, infatti, erano state introdotte per le operaie della Galvani per questioni di sicurezza, anticipando la moda di circa una decina d’anni.

La contrazione della produzione a causa della Seconda Guerra Mondiale, quando i sotterranei dedicati al riposo delle paste di ceramica erano utilizzati come rifugi antiaerei, non fermò l’azienda, che si risollevò grazie alla produzione seriale di prodotti popolari nei forni, ormai elettrici.
La fabbrica però cominciò ad accusare il colpò di un progresso repentino e di una concorrenza feroce e dopo più di un secolo di attività e di adattamenti a cambiamenti storici importanti, alla fine degli anni ’60 dovette trasferirsi. Nel 1971 fu abbattuto lo stabilimento storico e la ciminiera che svettava dove ora sorge l’ex Centro Direzionale Galvani, chiamato più comunemente Bronx. Dopo alterne vicende, la storica Ceramica Galvani chiuse nei primi anni ’80.

La famiglia e l’azienda Galvani restano nei cuori di tanti pordenonesi; la villa e il parco sono testimoni di un passato imprenditoriale che ha fatto grande la città rendendola celebre in tutta Italia e nel mondo come la Manchester del Friuli che “nel fervore delle industrie e dei traffici, vive di vita gaia e mattiniera” (Corona, 1885).

 

In foto: lo stabilimento in via Mazzini negli anni ’40 (Collezione Marchesini)

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