Amare Lisa – ricordi di letteratura

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Assomiglia al suono del pianoforte. Che frantuma ogni sogno. Che soffoca i ricordi. Che rinasce quotidianamente. All’incirca è questo quanto chiamano letteratura: poesia.

Amo profondamente Lisa. Nella forma che Karamzin le ha voluto cucire. Che è riflesso dell’acqua e del dolore. Lisa spinge ad amare e perdere, costruire e dimenticare. È donna, prima ancora che personaggio. E Karamzin lo sa.

C’è poi un’altra storia, che amo in egual maniera. Love in the night. Un breve racconto pubblicato da Francis Scott Fitzgerald nel Marzo del 1925 sul Saturday Evening Post. Racconta di un giovane, Val, che in un pomeriggio di aprile indugiava sull’amore notturno: «Provò a dirlo in tre lingue – russo, francese, inglese – e decise che risuonava molto meglio in inglese. In ognuna di queste lingue simboleggiava un diverso tipo di amore e un diverso tipo di notte. La notte inglese era più calda e tenera». Val penserà alla notte seguendo il termine francese e vivrà impiegando la lingua russa.  Amerà in tre lingue. Nella notte conoscerà una donna. E l’amore prenderà il sopravvento. Si perderanno e si incontreranno dopo anni: quando lei, seppur sposata, vorrebbe salutarlo un’ultima volta. Ma lui non ne vuole sapere. È tardi per amarsi.

Erast lo rivela a Lisa dopo alcune pagine, forse costretto, forse perché conscio della sua forza sia emotiva che nobiliare, propria di quell’ingorda Mosca, che Karamzin descrive alcune righe sotto il titolo. Lisa lo ripete cinque volte, per paura di dimenticarlo: memore che spesso l’amore ha un nome. Ma chi è Erast? Karamzin ne parla così: «di buon cuore, buono per natura, ma debole e leggero. Conduceva una vita vana, pensava solo al proprio piacere, lo cercava nei divertimenti mondani […] e si annoiava e si lamentava del proprio destino». Questo tedio ricorda però l’eroe di un altro russo. Onegin. Celebre il suo: «E domani sarà come oggi» (XXXVI, Eugenio Onegin, Puškin, BUR). Mentre Puškin autore ribadisce: «era diventato freddo nei confronti della vita. […] niente più lo interessava» (XXXVIII, Ibidem). E ancora: «la malinconia lo attendeva come un guardiano» (LIV, Ibidem).

Questa malinconia interpella colui che percuote la consapevolezza della vita. Che non è pessimismo. Fra le cose di Giacomo Leopardi, vi sono delle memorie, per lo più adagiate tra i ricordi di una letteratura apparentemente troppo stanca per combattere – com’è quasi totalmente la nostra -. Di Memorie del mio primo amore vorrei condividere questa breve considerazione di Domenica 14 dicembre 1817: «Un sorriso solo, per rarissimo caso gittato sopra di me, mi parea cosa stranissima e meravigliosamente dolce e lusinghiera» (Tutte le opere di Giacomo Leopardi a cura di Francesco Flora, Mondadori). Ed è lo stesso sorriso che Lisa brama e che Erast pare regalarle, «Poiché anche le contadine sanno amare!». E sanno finanche soffrire, preservando la loro dignità. Invero, «non mi serve il superfluo» ribatte Liza a Erast all’inizio del racconto.

Quella di Karamazin è una storia sull’amore, come suggerisce Hesse, e non d’amore. Ma quanto c’è da dire sull’amore? Erast lo rivendica, richiedendo una personale ed esclusiva quota dell’amore, con quel «vorrei che tu gli cogliessi soltanto per me i fiori». Ma l’amore e la memoria sfuggono, evaporano tra le dita. O come meglio dice Montale: «la memoria sfolla» (E. Montale, Forbice non recidere quel volto, Le occasioni, 1939). Erast ne è consapevole e tenta allora di accecare l’amore – «Ah no, Liza, non bisogna dire niente» tuona – è solamente di caduca natura quel «non abuserò del suo amore e sarò sempre felice». 

Dacché risuona l’eco vigoroso  dell’affermazione di Karamazin: «Amo i soggetti che toccano il cuore e mi fanno versare lacrime di dolce pena». Altresì, quanto resta dalla storia de La povera Liza, è la viva presenza dei personaggi dell’autore russo. Essi coesistono alle corrispondenti persone che rappresentano, ma sono prima di tutto  rappresentanti e non rappresentazione in sé, ossia precedono ma non determinano. A questa magistrale operazione di vivida trasposizione dei sentimenti, che non collimano esclusivamente a quelli amorosi, e che Karamzin continuerà a dipanare anche nei sue due racconti successivi imperniati sulla figura di una donna (Nataljia, la figlia del Boiaro e Marta podesta), si affianca una furibonda rivoluzione della coeva letteratura russa: Karamazin diffonde conoscenza, cultura, gusto e desiderio. Che è d’altronde la prova più complessa: «La soddisfazione di tutti i desideri è la prova più pericolosa per l’amore».

 

Ma cos’ è che inceppa questo amore? Che nome ha? E dove abita? Come può essere l’amore stesso a dissolvere l’amore precedente?È la luce di Lisa? O il buio di Erast?

Perché questo ci racconta Karamazin. E a questo non risponde. Per quelle «cento volte» in cui gli occhi di Lisa si volsero verso Erast. E per quelle «mille volte buonanotte» che Romeo dedica a Giulietta – restano solo domande.

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